Scrivo questo anche per potere, con il tempo, affinare un pensiero sull’esperienza corporea e mentale del salto.
La preparazione
Il regalo di compleanno comprendeva un salto con il paracadute in tandem e riprese video e foto.
Organizzazione semplice ed efficace: si arriva alla aviosuperficie, ci si registra e poi si salta in ordine di registrazione.
Noi, arrivati con calma partiamo con il quarto carico dell’aereo (cioè dopo un paio d’ore), il tempo per chiacchierare, fare qualche domanda, andare a vedere come piegano le vele e di aspettare.
Il briefing a terra è breve ma chiaro e ripetuto almeno 2 volte: la posizione al salto (testa indietro, mani sull’imbragatura), la posizione durante la caduta libera (a rana con i talloni verso le chiappe), la posizione all’atterraggio (gambe a squadra), i segnali di passaggio da una all’altra posizione e quando sarei stato agganciato all’istruttore [ci tenevo tantissimo a essere sicuro che ero ben solidale con quello attaccato al paracadute].
Il briefing dell’operatore video è stato ancora più breve, più chiaro e ripetuto più volte:
“aho! quanno te sto davanti tu guardame! hai capito? guardame, nun guarda’ pe’ tera che nun te vojo firma’ 'a pelata”
Saliamo sull’aereo, un Pilatus PC6, monomotore a elica degli anni ’60 (è per il paracadutismo quello che la Toyota Hilux è per le milizie irregolari) non ha sedili ma un’unica, piccola, panca metallica in cui si sta -molto stretti- in 5, altri 4 stanno per terra e uno (il mio operatore) accanto al pilota, in tutto 10 paracadutisti (2 tandem, 2 operatori video e 4 più esperti che voleranno da soli) inzeppati nello spazio di un Ford Transit.
Il volo sull’aereo
Decolliamo da una pista d’erba molto corta e prendiamo quota.
Dobbiamo arrivare a 4000 metri e ci metteremo circa 15 minuti.
Il Pilatus arranca un po’ ma gli altri, ben più esperti, non sono preoccupati e quindi sono tranquillo anch’io.
L’operatore richiama la mia attenzione e, a segni, mi dice di guardare lui, nun pe’ tera.
A un certo punto sento l’istruttore attaccarmi i moschettoni, stringere ancora la mia imbragatura e ripetermi un paio di istruzioni.
Il salto
A 4000 metri apriamo il portellone, il mio tandem sarà l’ultimo a saltare.
Salta il primo tandem con il suo operatore.
Saltano i quattro paracadutisti singoli.
Tocca a noi.
Gambe fuori dall’aereo, testa tutta all’indietro e mani sull’imbragatura.
Giù!
I primi tre secondi
Il vero e proprio salto dall’aereo credo duri un paio di secondi, è la sensazione dello stomaco in gola.
Tipo la prima discesa delle montagne russe, ma più potente, più lunga e più "pura", non è mediata dal vagoncino, non ci sono binari, ferro, gente che urla né un punto di arrivo che si vede a pochi metri.
C’è il nulla.
C’è il vuoto di quando si sogna di cadere e ci si sveglia di soprassalto.
È un buco.
Ripensandoci ora, non so se avevo gli occhi aperti o chiusi (ci dovrò fare caso la prossima volta).
Non so quale emozione abbia provato, forse sorpresa, non paura.
La paura è un’emozione che richiede più elaborazione cognitiva, il salto è una scarica che attraversa il corpo in un lampo, così veloce che la mente (almeno la mia) non fa in tempo a valutarla, ad associarla a vissuti, a dargli un nome.
Non c'è spazio per il pensiero: c'è solo il corpo che cade.
Non ho avuto il tempo di pensare “ma che sto facendo?”: l’avevo già fatto e le sensazioni erano già diverse…
Dal secondo 4 a circa 50
Subito dopo, arriva la consapevolezza della caduta libera: pura adrenalina.
Il segnale per l’apertura delle braccia.
Sto volando.
Duecento chilometri all'ora, il vento che mi colpisce, il rumore dell’aria e quella sensazione che dà la velocità, ma questa volta senza casco, senza moto, senza niente.
Solo aria tra me e la terra.
Tanta aria, tanto spazio per continuare a volare.
L’operatore video richiama la mia attenzione… gli faccio i cuoricini, i thumbs up, la motocicletta e famo che basta.
Sto sulla mia pelle, solo sensazioni fisiche, sento l’aria con tutto il corpo e sono leggerissimo.
Come se mi fossi tuffato per la prima volta in un oceano di aria.
Voglio imparare a nuotare in quest’aria.
Mentre cado noto un paio di cose che sono molto diverse da come le avevo immaginate: non ho freddo e, soprattutto, la terra sembra avvicinarsi lentamente, molto più lentamente di quanto pensassi.
Sembra, ma è una specie di illusione ottica: la terra si avvicina velocemente.
Dopo 2500 m di caduta libera l’istruttore, come concordato, mi batte sulla spalla: è il segnale che sta per aprire la vela.
È uno strappo forte che dura un’istante e contemporaneamente vedo l’operatore video che cade, va giù velocissimo!
Sparisce.
Dal secondo 51 a circa 300
Ricordo che ci ho messo un po’ a elaborare che non era lui che era improvvisamente caduto ma io che avevo frenato molto bruscamente.
L’apertura della vela, il cambio di velocità, cambia tutto.
Sono completamente diversi il ritmo, il tempo, la profondità dello sguardo, della percezione e del pensiero.
Osservo il colore e la geometria dei campi sotto di me, cerco di orientarmi, riconosco qualche sagoma.
L’imbragatura mi stringe le cosce, è un po’ fastidiosa.
Si riesce a parlare e l’istruttore mi passa le maniglie di governo della vela, mi dice dove andare e mi indica alcuni spazi da cui mantenere distanze di sicurezza
“Gira a sinistra, ecco, vedi? quello è un campo di aeromodellismo, evitiamo che un modellino ci venga addosso, ora tira la maniglia destra, mantieni… mantieni… mantieni…”
Andiamo dritti, va’, ché dopo 360° mi gira la testa e devo ritrovare il centro.
Anche l’atterraggio è stato diverso da come lo avevo immaginato: molto più dolce.
Toccato terra avrei voluto rifarlo immediatamente, come un bambino che vuole risalire subito in cima dopo aver scivolato lungo un pendio innevato con un sacco sotto alle chiappe.
A posteriori
Avevo alte aspettative e mi sembra che siano state tutte superate. Uno più bravo di me potrebbe analizzare, con gli strumenti del teatro o della letteratura, i vari atti dell’esperienza: l’attesa, il volo, il salto, la caduta libera, lo strappo, la veleggiata, l’atterraggio.
Avevo alte aspettative e mi sembra che siano state tutte superate. Uno più bravo di me potrebbe analizzare, con gli strumenti del teatro o della letteratura, i vari atti dell’esperienza: l’attesa, il volo, il salto, la caduta libera, lo strappo, la veleggiata, l’atterraggio.
Io voglio imparare a nuotare in un oceano d’aria.




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